Insieme ai giocattoli che stanno uscendo dalla cantina dei miei, rimestando nei cassetti e nelle cartellette tenute insieme da elastici allentati sto scovando alcune chicche. Eccone una: un raccontino breve, scritto per un libro fotografico di un amico. È quanto di più vicino alla tematica della traduzione e dell’internazionalizzazione, caro alle mie quattro lettrici, posso offrire.

A due anni, inizi spingendo avanti e indietro una bambola sempreinpiedi. La produce una ditta italiana specializzata in giocattoli per bambini. Su e giù, su e giù, ma non cade mai. Capisci al volo che in Italia vige il matriarcato.

A quattro inizi a costruire mondi con i mattoncini colorati danesi. Scopri che in quel luogo lontano le famiglie sono sempre sorridenti e compiono escursioni in bicicletta. Si fa strada il mito della perfetta società scandinava.

A cinque anni le città della tua fantasia sono abitate da snodati pupazzetti di plastica che vengono dalla Germania. Ti sorprende che i poliziotti tedeschi vestano divise verdi. Per nascondersi fra le siepi e multare meglio, probabilmente. “Polizei”, impari.

A sette anni consumi fogli e fogli disegnando con pastelli a cera svizzeri. La scatola di latta che li contiene ti offre per la prima volta una vista di uno dei celebri alpeggi fioriti della Confederazione. Lo trovi noiosissimo.

A otto anni giochi con un pallone spagnolo dal nome di un ballo. Preso a calci, rimbalza sempre. Metafora di un paese reduce da una dittatura.

A nove anni litighi con viti e sbarrette del meccano, rigorosamente “made in England”. Qualcuno ti ricorda che la rivoluzione industriale è cominciata proprio lì. Difficile a credersi. Non c’è verso di fissare due pezzi insieme per più di un minuto.

A dieci anni armeggi con un cubo formato da cubi. Lo ha progettato un ungherese. La glasnost è ancora lontana e la frustrazione di un popolo si manifesta nella soluzione del rompicapo: impossibile.

A undici anni la professoressa d’arte ti obbliga a comprare tempere francesi. Tuo malgrado, vieni iniziato ai segreti dell’impressionismo. Neppure da lontano però le tue composizioni acquistano un senso. La Francia si consolida come mito artistico irraggiungibile.

A tredici anni trascorri i pomeriggi estivi piegato sull’asfalto a lanciare macchinine in scala su piste disegnate con il gesso. Le sfide fra modellini francesi e inglesi sono un’eco di ciò che succede in Formula 1. Un’altra lezione sulle rivalità che ci dividono.

A quattordici anni stendi sul parquet di casa schiere di minuscoli soldatini: è solo un’ironia della sorte se le case che li producono sono italiane, tedesche e inglesi? Inizi a intravedere strane correlazioni fra i tuoi giocattoli e la realtà.

A diciotto compri un biglietto Interrail. Dal finestrino dello scompartimento vedi scorrere i riflessi di scene note. L’Europa campo di battaglie. L’Europa bacino della Cristianità. L’Europa spazio commerciale. “Mercato comune” vuol dire supermercato mediocre, del resto.

A ventidue anni, studente Erasmus a Barcellona, guardi il reticolato del quartiere dell’Eixample da una delle torri della Sagrada Familia. Scatti una foto con una macchinetta fotografica russa, che ha il pregio di migliorare i colori della realtà. La Russia, il confine, il limite.

A quarant’anni siedi nell’Emiciclo, a Bruxelles. Ascolti discorsi. A volte ne fai. Oggi ascolti. Di nascosto scarti un ovetto di cioccolato. Lo rompi. Ne estrai una sorpresa: un microscopico puzzle. L’Europa è un gioco, ma già lo sapevi. Provi a unire i tasselli. Continui a giocare.

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