Potrei mentire e dire che sono sempre stato affascinato dalla scrittura senza orpelli di Giorgio Scerbanenco. La verità, invece, è che non avevo mai letto niente di questo autore fino alla settimana scorsa.

Sapevo soltanto che era uno scrittore italiano, ma non avrei saputo citare un solo titolo, il genere, nulla. Così, sto rimediando. Partendo da Venere privata, il primo romanzo con Duca Lamberti, un investigatore ex medico, come protagonista. L’edizione che ho in mano contiene anche lo scritto autobiografico Io, Vladimir Scerbanenko, imprescindibile per conoscere meglio questo scrittore, noto per i suoi gialli, ma che è stato enormemente prolifico, fino alla morte prematura nel 1969, all’apice del successo. Riporto un passaggio del testo, che da solo merita la lettura:

Oltre lo zabaione, in sanatorio scoprii un’altra cosa. L’impossibilità per l’uomo di vivere separato dalle donne. Nel sanatorio vi era una sola donna, un’infermiera, che non credo potesse essere una eccezionale bellezza. Lì era la sirena, la Circe di quasi trecento uomini, compresi gli agonizzanti. Si parlava sempre di lei, poi delle donne in genere. Si parlava sempre di donne, anche i gravi che dovevano fare la toracicoplastica o la frenicotomia. Tossivano, avevano paura di morire, bruciavano di febbre, erano intontiti dalle endovenose di calcio, ma parlavano di donne. Qualunque discorso si facesse, il più lontano dalle donne, con imprevedibili e stupefacenti salti di logica, si arrivava alle donne. Si cominciava al mattino presto, ancora prima della sveglia e si finiva finché non si crollava dal sonno. Non importa come se ne parlasse, anche sotto i discorsi meno decenti, ciascuno, senza saperlo, senza volerlo, metteva una nota di acuta, feroce nostalgia per la donna. Non era soltanto desiderio, anzi non era per niente desiderio, anche se sembrava che fosse soltanto quello, era proprio la necessità spirituale, incoercibile, di vivere in un mondo normale dove vi fossero anche le donne. Il nostro mondo di soli uomini era anormale, era come mettere una pianta in un vaso pieno di cotone anziché di terra. Fuori di lì, naturalmente, ognuno avrebbe ricominciato a mentire. In mezzo alle donne, nell’ambiente normale, avrebbe parlato delle donne senza più fervore, con un certo distacco, un certo senso di superiorità. Alcuni anche con sprezzo. Ma io non posso più crederci, a questo distacco, a questo sprezzo, dopo aver visto qualche centinaio di uomini di ogni età, di ogni grado di intelligenza e di temperamento, soffrire per il sorriso di una mediocre e forse scialba infermiera.

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